Categoria: Lettori alla Prova

Lo sguardo interpretativo del lettore su classici e non

Dio non è da ‘presupporre’, ma da ‘anteporre’ (parte I)

Recensione di Benedetto XVI, Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, a cura di E. Guerriero e G. Gänswein, Mondadori, Milano 2023.

In questa prima parte Zardin ci accompagna nella perlustrazione del rapporto fede-ragione in ordine alla verità, svelandoci l’irriducibilità del pensiero di Joseph Ratzinger alle opposte riduzioni tradizionalista e ultra-modernista. La fede, ci dice Benedetto XVI, non è affare di puro sentimento o di puro soggettivismo: essa si presenta fin dall’origine come critica radicale all’alienazione delle antiche religioni prone ai poteri di questo mondo e come prosecuzione feconda della grande tradizione filosofica ellenistica.

L’opera intellettuale di Benedetto XVI è da tempo il campo di un conflitto di interpretazioni in cui la varietà delle opinioni di chi si pone davanti ai suoi testi finisce per produrre un effetto di appiattimento, se non di vera e propria distorsione: si enfatizza ciò che viene percepito più congeniale, in linea con i propri punti di vista precostituiti, mentre si lasciano in ombra le provocazioni che potrebbero mettere in crisi o costringere a cambiamenti salutari e, alla fine, prevale la tendenza ad annettere la sua parola in un reticolo di interessi che possono anche essere marcatamente divergenti. I conservatori accentuano gli elementi che legittimano, ai loro occhi, la difesa tenace degli assetti tradizionali, oppure mettono in evidenza, per denunciarle, le fughe in avanti che, a parere dei più oltranzisti, hanno contribuito a sgretolarli. L’esatto contrario fanno i riformisti radicali. Destra, sinistra, centro (direi soprattutto la destra degli schieramenti in cui si frammenta l’élite intellettuale) si scontrano su come piegare a proprio vantaggio la voce dell’illustre teologo assurto ai massimi vertici del governo della Chiesa di Roma. Forse è questo il destino inevitabile degli innovatori religiosi, che riescono a sporgersi al di là dagli schemi del pensiero già stabilito, e perciò disorientano, sfuggendo a una presa totalmente assimilatrice. Per contenere il rischio, l’unico rimedio è mettersi umilmente in ascolto di tutte le implicazioni racchiuse nel messaggio che ci viene consegnato, comprese le più ostiche o inaspettate: occorre disporsi a seguire la traccia oggettiva della parola offerta, invece di lasciarsi guidare dalla forza condizionante dell’autorispecchiamento.

Se si adotta questa linea di approccio, si può arrivare a sostenere che il nucleo forse più dirompente degli ultimi scritti riuniti nella raccolta pubblicata postuma, subito dopo la scomparsa di Benedetto XVI, sia la risoluta difesa della dimensione razionale presupposta dalla scelta cristiana: la fede non è una pura opzione unilaterale, ma contiene in sé (ed è giusto che continui a rivendicare) una pretesa di verità. Il nesso tra fede e ragione ‒ potremmo anche dire tra cuore e riconoscimento del vero che scaturisce dalla coscienza, interpellata dai segni della realtà che le si fa incontro ‒ è visto nei capitoli di esordio di Che cos’è il cristianesimo in una prospettiva rigorosamente storica: è dalla lezione di come il cristianesimo si è posto nel mondo, fin dalla sua prima diffusione nel contesto mediterraneo, che Benedetto XVI continua a ricavare la conferma che a essere chiamato in causa è l’accesso alla struttura ultima di ciò che è l’essere di Dio, al senso dell’esistere della creatura di fronte a lui, e quindi l’accesso alla risposta più compiuta che possa soddisfare il bisogno insito nel destino dell’uomo vivente. Ripetutamente Benedetto XVI sottolinea che l’annuncio cristiano delle origini non si è posto in continuità con il discorso delle religioni preesistenti, ma come la sua contestazione definitiva. Si partiva da una scelta di rottura, in forza della quale i testimoni della nuova fede che universalizzava il monoteismo giudaico dell’Antica Alleanza, spalancandolo alla totalità dei gentili, si proponevano di smascherare errori e camuffamenti dei culti idolatrici del politeismo antico, incardinato nelle istituzioni del potere mondano, così come l’insufficienza della legge mosaica e i limiti insuperabili delle filosofie autocostruite dall’uomo alla ricerca del volto segreto dell’Assoluto. Non a caso, scrive papa Benedetto, “per noi cristiani Gesù Cristo è il Logos di Dio, la luce che ci aiuta a distinguere tra la natura della religione [si potrebbe chiosare: della vera religione] e la sua distorsione” (p. 13). La presa di distanza si configurò, insiste l’autore, come un oltrepassamento “estremamente critico” (p. 12). A seguito dell’incarnazione, “l’unico Dio entra nella storia delle religioni e depone gli dei. […] Il cristianesimo venne percepito come liberazione dalla paura nella quale la potenza degli dei aveva imbrigliato gli uomini. In fondo, il possente mondo degli dei crollò perché entrò in scena l’unico Dio e pose termine alla loro potenza” (p. 18). L’“intera contesa della storia delle religioni” termina con “la vittoria dell’unico vero Dio sugli dei che non sono Dio” (p. 19).

Ma cosa rese possibile l’esito rivoluzionario di questo disincantamento emancipatore dei fondamenti estremi dell’esistere? Papa Benedetto su questo non nutre il minimo dubbio. Anche qui smentendo un sentire largamente diffuso tra gli stessi ammiratori che lo seguono più da vicino, la sua ricostruzione storica invita a tenere fermo che il fattore scatenante non vada cercato all’interno della sola forza trasformatrice della nuova religione cristiana, ma prima di tutto nell’alleanza che questa sentì la necessità di stabilire, nella dinamica del suo stesso costituirsi, con quanto di meglio si poteva scovare nelle risorse, pure in sé inadeguate e parziali, della sapienza filosofica elaborata dalla civiltà antica. Da questo patrimonio furono estratte le parole chiave della fede neotestamentaria, il suo linguaggio espressivo, le categorie fondamentali della dottrina sviluppata nel travaglio dei primi secoli, persino le armi della polemica contro l’illusorietà menzognera delle visioni tradizionali del mondo contro cui il cristianesimo dovette lottare per farsi spazio. Il contatto tra il monoteismo giudaico che attendeva di essere portato a compimento e la ragione fecondata dalla fioritura del pensiero greco nel contesto antico e nella grande koiné dell’ellenismo fu il vero “evento rivoluzionario” che capovolse il senso della storia universale centrata sui rapporti tra l’uomo e l’alterità non dominabile della pienezza del divino. Per questo, prosegue papa Benedetto, “la fede cristiana poté presentarsi nella storia come la religio vera. “La pretesa di universalità del cristianesimo si basa sull’apertura della religione alla filosofia. È così che si spiega perché, nella missione sviluppatasi nell’antichità cristiana, il cristianesimo non si concepì come una religione, ma in primo luogo come prosecuzione del pensiero filosofico, vale a dire della ricerca della verità da parte dell’uomo. […] In ultima analisi il successo di questa missione si basa proprio su tale incontro. […] Questo purtroppo, nell’epoca moderna, lo si è sempre più dimenticato. La religione cristiana viene ora considerata come prosecuzione delle religioni del mondo e ritenuta essa stessa come una religione fra o sopra le altre” (tutte le ultime citazioni da p. 34-35).

Come si vede, si tratta di affermazioni molto esplicite ed estremamente impegnative, che vanno in un senso ben diverso da quanto auspicato dai riformatori che, per ricondurre alla sua fisionomia autentica un cristianesimo oggi avvertito in crisi, auspicano la sua riduzione a un non ben definito ‘nucleo essenziale’, in buona sostanza spogliato, o comunque alleggerito di contenuti razionali in senso forte, passando attraverso quella che in anni recenti veniva etichettata come la “deellenizzazione del cristianesimo”. La posizione ribadita in questi ultimi scritti di Benedetto XVI è con ogni evidenza ben diversa. Qui si parte dalla netta convinzione che “la questione della verità” vada identificata con “quella che in origine mosse i cristiani più di tutto il resto”, e che ancora oggi non può essere “messa tra parentesi”: la “rinuncia alla verità […] è letale per la fede”. “La fede perde il suo carattere vincolante e la sua serietà se tutto si riduce a simboli in fondo intercambiabili, capaci di rimandare solo da lontano all’inaccessibile mistero del divino” (p. 11). E ancora: per contrastare il rischio della degenerazione nell’intolleranza (la violenza dei totalitarismi religiosi lo conferma rischio reale anche nel presente dei nostri giorni) non si deve recedere dal principio che “il cristianesimo comprende sé stesso essenzialmente come verità e su questo fonda la sua pretesa di universalità”(p. 35; le sottolineature sono mie).

La radicalità dell’appello al sostegno della ragione ‒ una ragione ovviamente dilatata, aperta alla totalità di un vero che si svela attraversando i diaframmi che lo tenevano celato e solo oscuramente decifrabile a fatica ‒ è senza mezzi termini spiazzante, tutt’altro che uno stereotipo scontato. Passano in secondo piano le dinamiche persuasive del bello e del buono, per far di nuovo emergere il primato che chiede di presidiare lo spazio tradizionalmente riservato (o che è da restituire) al riconoscimento di ciò che è oggettivo e si impone all’evidenza per la sua trasparenza rivelatrice: si potrebbe parlare di una risoluta riproposta del primato dell’ontologia rispetto alla dimensione dell’etica e così pure rispetto all’esperienza del fascino ‘estetico’, della pura attrattiva di un gusto percepito esistenzialmente, o forse sarebbe meglio dire sentimentalmente.

“Tutto chiede salvezza”. Dal romanzo di Mencarelli alla serie di Netflix

Dall’alto,

dalla punta estrema dell’universo,

passando per il cranio,

e giù,

fino ai talloni,

alla velocità della luce,

e oltre,

attraverso ogni atomo di materia.

Tutto mi chiede salvezza.

Per i vivi e i morti,

salvezza.

Salvezza per Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro e Madonnina.

Per i pazzi, di tutti i tempi,

ingoiati dai manicomi della storia.

Sono le parole della straziante invocazione che Daniele osa lanciare, premuto dall’affanno che gli toglie il respiro, al termine di un funerale abbattutosi come disgrazia imprevista sulla sua vita inquieta: quello per il compagno di stanza precipitato dalla finestra del reparto psichiatrico in cui insieme hanno trascorso una settimana. Lui colpito dall’ingiunzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio, inflitto dopo l’esplosione di aggressività di cui si era reso protagonista tra le pareti di casa, culmine dell’oscuro malessere in cui si trascinava da tempo, tra cadute depressive e dipendenze abbracciate come illusoria via di fuga, capovoltesi però in una morsa diventata sempre più soffocante; la vittima dell’incidente (o del suicidio?) ricoverata, invece, per il suo stato di ossessione maniacale che le impediva il ritorno a una vita normale.

La scena del funerale domina l’ultima puntata della serie televisiva Tutto chiede salvezza, libera rielaborazione del fortunato romanzo di Daniele Mencarelli del 2020, che porta il medesimo titolo. La serie è prodotta da Netflix, ma la scena del funerale si può vedere anche su internet.

Le secche parole balbettate da Daniele, che si possono immaginare ritmate come versi spezzati (sono però disposte in forma di prosa nella pagina di chiusura del romanzo scritto originariamente dall’autore), danno voce accorata a un grido sofferto. Tutta la vicenda dei sette giorni trascorsi nella struttura ospedaliera, sia pure con qualche concessione al gusto drammatico tinto anche di rosa per aumentare sullo schermo la forza di richiamo del racconto, è attraversata dall’implorazione di una spietata domanda. Uomini fragili, esposti nella più nuda essenza interiore all’urto delle circostanze, poco allenati a rivestirsi di solide armature protettive, ci riportano al nucleo più radicale del nostro esistere nel mondo. Emerge la dismisura di una sproporzione che sembra a volte incolmabile: nella tensione di una mancanza che ferisce nervi scoperti, la vertigine di un vuoto in cui si può rischiare di perdersi, che nessuna scelta ragionevole, o il ripiego in alcuna finzione decorosa, sembrano in grado di riempire fino in fondo. L’uomo è qui ributtato nel suo stato di mendicante: è un bisogno che attende di incontrare qualcosa che lo inglobi demolendone le punte dolorose, una sete che non può saziarsi da sé, e per questo ‒ anche senza esserne fino in fondo consapevole, senza dare un nome preciso alla meta ultima della sua attesa ‒ aspira con tutta sé stessa al dono di una salvezza. Ma una salvezza non artificiale, costruita da menti inaffidabili e mani incapaci di autentica presa: una salvezza dall’alto, dall’infinitamente oltre, dall’inesauribile di cui non possiamo essere padroni, che si rovesci su di noi inaspettata, in modi non programmati, magari imprevedibili e alternativi alla logica ordinaria di un progetto di vita (o di una vita spoglia del benché minimo progetto), e perciò una salvezza non in partenza corrotta, grondante di gratuità, piena del senso dell’alterità.

Quando questo grido affiora, stridendo, dagli anfratti più nascosti del cuore, risalendo dall’abisso più profondo della carne dell’esistenza, sana o malandata che sia, tutto intorno si fa silenzio: come nella chiesa del funerale per l’amico, alterato nell’instabile psiche, che ha cessato prematuramente (?) di vivere. L’implorazione del mendicante, spogliato di tutto, è contagiosa: la denuncia spudorata del limite, netta e senza veli, affratella. Ci si sente attirati nell’abbraccio di una compassione che è prima di tutto un condividere insieme, accettandosi nel respiro della misericordia. Sgorgano liberatorie le lacrime del sentirsi punti sul vivo, come succede agli attori di una fiction che è tutt’altro che una finzione evasiva: compagni del cammino di tutti i fratelli uomini che sono in ricerca, che sbagliano e non trovano, si smarriscono e dilapidano. Spartire con loro i doni a nostra volta ricevuti, qualcosa dei tesori verso cui i fatti della vita possono averci precariamente instradato, è la prima forma di una fraternità che accetti la sfida di rendersi sul serio aperta e disponibile, generosa e cordiale fino alla tenerezza dell’amicizia che sa accogliere e perdona.

A proposito di Mauro Giuseppe Lepori: Si vive solo per morire?

Per accostarsi all’opera dell’attuale abate generale dei cistercensi, padre Mauro Giuseppe Lepori, una via privilegiata può essere l’agile volume che raccoglie le lezioni da lui presentate nel corso dei Meeting di Rimini dal 2003 allo scorso 2015, insieme a due conferenze del 2008 e del 2013. La pubblicazione aveva visto la luce per i tipi di Cantagalli nel 2016 con un titolo a prima vista destabilizzante, o forse in realtà, potremmo meglio dire, sanamente provocatorio (Si vive solo per morire?). Lo scopo era anche quello di inaugurare una nuova collana di “Classici”, cioè di testi concepiti come riferimenti sostanziosi per confrontarsi con le domande fondamentali dell’esistenza: una sfida sempre aperta, dove contano non solo la radicalità degli interrogativi, ma anche la ricchezza dei tentativi di risposta che i grandi autori di un passato lontano così come i maestri del nostro presente possono offrire in termini non tanto di proposta intellettuale, quanto piuttosto, in primo luogo, di testimonianza vissuta (al libro di Lepori hanno fatto seguito Péguy, Paolo VI, Clemente Rebora). “A caccia di Dio” era l’insegna sotto cui si disponeva l’iniziativa editoriale. C’è però da dire che la formula non intendeva rinviare a una esplorazione confinata nel territorio di una riserva per cultori superaddestrati del “religioso”. Dio qui era inteso come il vertice di ogni anelito dell’uomo onesto con sé stesso, che non vuole abdicare alla grandezza della sua statura e insegue quell’Oltre che sta al di là di ogni manipolazione addomesticata delle sue istanze di bene, di verità e di bellezza.
Lepori, nel volume che vogliamo commentare, si serve delle metafore letterarie, come è abitualmente nel suo stile, per comunicare la suggestione di ciò che più gli preme. In questo caso prende le mosse da Victor Hugo. Nei Miserabili, il fiume di perdono che si riversa sull’ex forzato Jean Valjean dopo l’incontro travolgente con il vescovo che lo riscatta dall’accusa di un furto spregevole sembra subito bloccato dal nuovo cedimento all’impulso accaparratore. Ne fanno le spese i pochi soldi raggranellati da un bambino mendicante, vergognosamente depredato da chi si stava incamminando con la borsa piena di argenteria verso il suo straordinario approdo di convertito al primato della generosità eroica. Il gesto rapace della rapina che vuole strappare un guadagno per il proprio esclusivo possesso, riflettendo nella lunga corsa del tempo la voracità dei progenitori tentati dal Serpente nel Paradiso delle delizie, è lo stesso di don Rodrigo che, alla fine dei Promessi sposi, stringe le mani ad artiglio sul cuore devastato dal respiro affannoso dell’agonia, in contrapposizione a quelle di padre Cristoforo che restano aperte fino all’ultimo per donare, per benedire e spezzare il pane eucaristico.

La dialettica tra la bramosia della conquista da afferrare con le dita adunche e la “carità oblativa” del dono restituito, a piene mani, da chi a sua volta è stato l’oggetto di un amore che lo fa rinascere a nuova vita percorre molte delle meditazioni di p. Lepori. Il gioco di queste ambivalenze rimanda a uno sguardo spregiudicatamente realistico gettato sul mistero di tutto ciò che esiste. Al principio sorgivo dell’essere, dunque anche di quell’essere minuscolo e pieno di bisogno che è l’io di ciascuno di noi, non si può immaginare altro che il dinamismo della pura gratuità che crea, facendo passare dal non essere all’essere limitato e dipendente della natura creata. Noi, il mondo e la storia siamo l’espansione mai esaurita di questo ardore che trabocca continuamente fuori di sé, generando l’altro da stringere in un abbraccio di comunione. In cima alla scala delle creature, nel codice genetico dell’identità umana resta impressa l’orma indelebile di una “somiglianza” con il divino che si intreccia con il dono privilegiato della libertà: perché ciò che è plurale non si può fondere nell’unità se non volendolo liberamente. Solo che la libertà l’uomo l’ha esercitata degradandola a volontà di autonomia gelosa, nella lacerazione della disobbedienza che ha rotto il legame originario con il Principio. È andata in frantumi l’alleanza fiduciosa con il Tutto divorata dal tarlo del dubbio nei confronti della verità trasparente della realtà così come si pone.
Ma la gratuità totale, infinita, libera dalle catene dei doveri di riconoscenza e senza alcun obbligo di ritorno, la carità sfrenata del Dio-Trinità che fa sorgere le cose dal niente e accompagna la vita dell’uomo in ogni sussulto del suo respiro non poteva rinunciare a colmare lo spazio di amore lasciato aperto per ogni uomo vivente: anche nella tragedia scandalosa del rifiuto che chiude il dialogo e si piega ad adorare la divinità irrisoria di idoli incapaci di mantenersi all’altezza delle loro promesse. Che la natura profonda del Divino sia la misericordia si vede nella rivelazione che la manifesta pienamente, miracolosamente, attraverso l’incarnazione del Figlio: Lui che accetta di esporsi alla cattiveria rapinatrice dell’uomo fino alla sua espropriazione totale, fino alla passione e alla morte di croce.
La croce di Cristo è l’altro grande centro della riflessione dell’abate cistercense sul dramma umano in cui siamo coinvolti. Cristo immolato sul patibolo del Golgota è il massimo segno dell’amore che si dona all’uomo, risanandolo dal suo male ultimo: il divorzio dalla radice di cui è fatto. Le piaghe, il sangue che scorre, in primo luogo il cuore trafitto dalla lancia del soldato romano sono l’eccesso clamoroso in cui si riassume (così hanno sperimentato i mistici di ogni epoca) lo slancio di una carità che non poteva lasciarsi contraddire dallo sfregio della contestazione aggressiva dell’uomo.

Il costato ferito rimane aperto per sempre, e dal varco creato dalla punta dell’arma dopo che si decise di risparmiare l’integrità delle ossa del corpo di Cristo, senza spezzarle, fuoriesce quel fiume di sangue misto ad acqua in cui la tradizione cristiana, rilanciata in modo potente nel cuore delle tragedie del Novecento, ha visto la sorgente zampillante della Divina Misericordia, che lava e rigenera con la forza della vita nuova del Risorto all’opera nel mondo.
Aderire alla presenza viva di Cristo vuol dire accogliere l’invito persuasivo del suo “Seguimi!”. Significa prenderlo sul serio come il paradigma in cui ci immedesima la risposta del nostro amore resuscitato, sulla strada del ritorno alla comunione con il Padre. Stare nella compagnia di Gesù porta così inevitabilmente a immettersi nel solco della sua stessa missione: far risplendere la luce e la forza attrattiva della gratuità di Dio nella testimonianza di uno sguardo nuovo, pieno di amore, di positività e di capacità di dono, sulla totalità della realtà, in ogni frammento delle fluttuanti circostanze della vita.
 
(Una prima versione di questo commento era apparsa in “Il Sussidiario.net”, 26 agosto 2016: http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/8/26/LETTURE-Mauro-Giuseppe-Lepori-si-vive-solo-per-morire-/720485/)

Corrispondenze esistenziali con Sempre tornare di D. Mencarelli

Mi sono impegnato nella lettura del libro Sempre tornare di Daniele Mencarelli (Mondadori, 2021) l’ultimo della sua trilogia, dopo aver constatato la singolare corrispondenza di sentire tra me e l’Autore. Il libro narra del viaggio di un diciassettenne che lascia bruscamente la compagnia con la quale progettava di passare le vacanze estive e ritorna a casa facendo un lungo viaggio, da solo e attraversando con mezzi di fortuna mezza Italia all’inizio degli anni ’90, incontrando tante persone, ognuna delle quali gli rivela qualcosa su di sé. Il cammino che Daniele descrive per comunicarci che la vita è una continua scoperta di sé stessi ha il potere di provocare l’approfondirsi del giudizio sul mio cammino, iniziato un po’ prima – nel ‘91 avevo già quattro figli –, ma non dissimile dal suo nei dettagli di tempo e di spazio in cui si è svolto.

Nell’accostarmi all’opera di un altro, a un quadro per esempio ma soprattutto ad un libro, mi capita spesso di ritrovare qualcosa che avrei potuto scrivere quasi allo stesso modo, come se attraverso l’autore essa fosse stata pensata appositamente da me e per me. Questo mi rende sempre totalmente incapace di una critica del testo nel senso comune del termine, ma sempre si dimostra in grado di evocare in me un senso più grande del vivere che diventa appunto una esperienza comune.

Non voglio dunque analizzare quest’opera o prenderne spunto per parlare d’altro ma mi concentro su quel che mi accomuna all’autore soffermandomi in maniera non sistematica su alcuni temi tra i numerosi che gremiscono queste pagine, ben sapendo che gli eventi ci possono rendere più consapevoli, ma quello che siamo nel profondo resta un marchio immodificabile. Come la nostra altezza, o il colore degli occhi.(Cap 13)

Vivere insieme

Una vita fatta comunità. Semplicemente perché è più logico (Cap 7). Anche per me questo è insieme l’inizio e la sintesi di ogni posizione, o almeno dovrebbe esserlo come risultato di una riflessione leale su quel che capita. Soltanto che la riflessione non mi ha mai soddisfatto, anzi spesso mi ha esaltato fino a condurmi all’errore. Ho iniziato dalla considerazione semplice e solitaria delle cose naturali, come accadeva per esempio davanti alle vetrine del museo di storia naturale di Milano. Come tutti i bambini ero colpito dai mammiferi selvatici e domestici ma davanti a quelle vetrine mi accorgevo che qualcosa non tornava: mi pareva che quegli animali fossero estremamente lontani da noi uomini, e non semplicemente perché erano lì morti e impagliati. Negli anni ho capito che dipendeva dal fatto che lo sguardo inespressivo degli occhi di vetro delle tassidermie non era poi molto diverso da quello che vedevo dal vero o nei documentari. Uno sguardo colmo di una grande assenza; sto pensando agli occhi dei predatori che fissano le prede prima dell’attacco o agli occhi delle prede mentre vengono azzannate alla gola; ma è lo stesso anche per lo sguardo più comune dei conigli, dei ratti, dei piccioni, dei maiali, dei gatti e via elencando. Certo alcune specie domestiche come i bovini e i cavalli, e specialmente alcune razze di cani, sembrano comunicare qualcosa con lo sguardo, qualcosa che tuttavia resta sempre labile e insondabile. Proprio come ritrovo in questo passaggio del libro. Ho sempre avuto la sensazione che negli occhi degli animali, dentro certi sguardi come quello che mi sta offrendo questo gatto di strada, passi un desiderio enorme di comunicare nell’impossibilità di farlo. (Cap 5)

Sarebbe ben più logico dunque vivere insieme, uomini e animali, come ricorda Daniele. Non bastasse il sangue, il corpo, un cuore, anche le povere cose che ci servono per vivere ci ricordano che siamo tutti uguali, abbiamo stessi bisogni, abitudini, e identico destino. Identico è anche il tempo che ci scorre addosso, che fa diventare grandi i bambini e vecchi gli adulti. L’umanità è una, e quello che ci divide sarà sempre infinitesimamente più piccolo rispetto a tutto quello che ci unisce. (Cap 7)

Un’esperienza comune eppure in qualche modo anche originale. In natura niente è mai completamente uguale ad un’altra entità analoga. Non è mai esistita né mai esisterà una nuvoletta completamente uguale ad un’altra, o un seme o un maiale d’allevamento o un fungo o un pezzo di roccia o una persona. Nella loro sterminata moltitudine gli esseri animati o inanimati dello stesso tipo sono sempre lievemente diversi tra loro e, anche se posso riconoscerli agevolmente quando li vedo, non posso spiegarli del tutto perché mantengono una singolarità propria che mi appare l’indizio di quel quid che tiene insieme fissità e variazione e che sfugge alla comprensione.

Violenza, desolazione e solitudine

Il desiderio di vivere insieme, di comunione, quando è spesso coartato, può diventare drammaticamente violento. Il mostro che abita nella mia testa gioca a sovrapporre quello che io vivo, e amo, con ciò che accade nelle vite degli altri (Cap 12). Eppure esistono assonanze – o dissonanze – misteriose se una frase praticamente identica è usata dalla Beata Benedetta Bianchi Porro per definire la carità: la carità è abitare negli altri, ed ognuno ogni giorno è posto davanti a questa alternativa.

Altrimenti questo desiderio può trasformarsi in una terra desolata. Cosa ho più degli altri venuti prima di me? E di tutti quelli che mi seguiranno? Niente. Assolutamente niente. Come loro sono venuto al mondo senza averlo chiesto, e me ne andrò allo stesso modo. Dopo aver vissuto e amato in una terra straniera (Cap 49). Perché l’abisso che siamo non si riempie mai: occhi avidi sempre di vedere, orecchi mai riempiti di sentire (Qohelet 1,8). E non resta niente.

Eppure, come dice l’Autore in una delle affermazioni capitali del libro, non si resta mai soli: Stare da soli vuol dire stare con tutti (Cap 43). Questa è la fine e l’inizio di ogni viaggio. Per scoprire quello che siamo veramente, abbiamo solo una maniera. Farcelo dire dagli altri (Cap 49) proprio come recita la famosa frase dell’epistolario di Pavese: Mistero, perché non ci basti scrutare e bere in noi ma ci occorra riavere noi dagli altri.

Capire il senso di tutto

La possibilità di capire. Non desidero dalla vita che questo. (Cap 2)

Al Camposanto Monumentale di Pisa, quando avevo pochi, anni mi trovai difronte all’affresco Trionfo della morte di Buonamico Buffalmacco. Nella prima scena in basso a sinistra all’altezza di testa di bambino potevo distinguere tre bare aperte con in vista i resti di un nobile, un ecclesiastico e uno scheletro contornato da serpenti e vermi. Prima di allora nessuno si era preoccupato di indorarmi la pillola e così sono stato esposto senza spiegazioni al duro destino di noi viventi riprodotto su un muro di un cimitero medievale. Da quel momento mi ha interessato il tema della morte e del Giudizio Universale di cui occorre avere timore, ma che anche occorre desiderare perché finalmente ogni cosa torni al suo posto, secondo una misura che non è la nostra; quando ogni persona andrà giudicata nel complesso delle vicende universali; un giudizio del quale verremo messi a parte non per soddisfare il nostro desiderio di ficcanasare nella vita degli altri ma perché risplenda la gloria di colui che tutto move.

Quante volte mi sono chiesto che senso possono avere certi episodi e che giudizio ultimo se ne potrà dare. Che dire del gigante patagone imbarcato da Magellano durante il periplo del mondo come trofeo da mostrare agli amici e morto di stenti con in mano il crocefisso durante l’attraversata del Pacifico? Il far schiavi del resto era cosa comune fra i portoghesi autorizzati a questo dalla bolla papale Dum Diversas del 1452. O come giudicare l’oscuro addetto ai trabucchi dell’orda d’oro di Ganī Bek, intento a dare inizio alla grande peste del ‘300 catapultando cadaveri infetti dentro le mura di Caffa, colonia genovese di Crimea? Oppure cosa pensare dei coloni olandesi del capo di Buona Speranza che lasciarono la patria nel ‘600 e vissero tanto isolati da essere l’unico gruppo europeo a non aver conosciuto la Rivoluzione Francese? Forse per questa ragione l’apartheid era un problema che i boeri che ho incontrato non riuscivano bene a capire. Ma soprattutto cosa sarà di Rudolf Höss il comandante del campo di Auschwitz responsabile diretto della eliminazione di milioni di persone, condannato a morte e confessato in extremis da padre Wladyslaw Lohn un gesuita polacco che aveva cercato di farsi internare nel campo dove erano reclusi i suoi confratelli, ma inspiegabilmente ne era stato respinto?

«La confessione durò e durò e durò, finché non gli diede l’assoluzione: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Rudolf Höss, tu l’animale, i tuoi peccati ti sono perdonati. Vai in pace”». Il giorno successivo, prima dell’esecuzione, il gesuita tornò per dare la Comunione al condannato. La guardia che era presente confessò poi che quello fu uno dei momenti più belli della sua vita: «Vedere quell’animale in ginocchio, con le lacrime agli occhi, come un bambino che sta per ricevere la Prima Comunione, Gesù, con il cuore».

Un abbraccio di fronte al dolore

Quel che fa specie nell’esperienza è il dolore che sembra assolutamente inconciliabile con la vita, così come dice Daniele: Io c’ho guardato dentro il dolore. Ma non c’è niente. È solo dolore (Cap 39). In fondo questa è la misura del viaggio: o morirò io o morirà il dolore che mi ha divorato gli occhi (Cap 28).

Nel libro è chiaramente indicata la strada: Ci vorrebbe qualcuno, un adulto, un maestro, che vada da quei due e con buone parole, la giusta persuasione, spezzi la tradizione, in virtù di una novità incredibile. Il bene (Cap 30). E questo è quello che mi è capitato: l’abbraccio di Uno che mi vuole bene. Un abbraccio che è proposto a tutti. Se davvero il gesto dell’abbraccio fosse un indizio di tutto quello che cerco di capire? (Cap 21)

E in quell’abbraccio O prima o poi verrò io da te, per vedere con gli occhi, per sapere di cosa è fatto questo amore, se di eterno oppure polvere (Cap 15).

Nella vita si sceglie veramente poco (Cap 15), forse soltanto di cedere a quell’abbraccio

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